Biologico vs Chimico

Le coltivazioni o il giardinaggio naturali sono una forma di agricoltura convenzionale. Il concetto di naturalezza è simile al concetto di agricoltura biologica, nella quale non è consentito l’impiego di prodotti chimici di sintesi o comunque di fabbricazione.

È possibile che l’agricoltura naturale e quella biologica raggiungano gli obiettivi e sopravvivano? La risposta è SI, poiché sempre più persone si preoccupano della sicurezza di ciò che mangiano quotidianamente, vogliono essere in buona salute e, contemporaneamente, apprezzano gli approcci ecologici in agricoltura ed attività di giardinaggio, orientati alla salvaguardia ambientale. Questa corrente di pensiero si sta battendo perché attualmente la nostra produzione alimentare si trova a dover affrontare grandi sfide. Ad esempio:

  • l’incremento della popolazione umana e, con essa, l’aumento della disponibilità di alimenti;
  • la diminuzione della fertilità dei suoli, dovuta all’impiego indiscriminato di sostanze chimiche e pesticidi;
  • il riscaldamento globale, che rende il clima imprevedibile.

Il concetto di “agricoltura biologica” (ed il termine stesso) è stato introdotto circa un secolo fa in Inghilterra da Sir Albert Howard, il quale si basò sui suoi lavori di giardinaggio biologico in India. Fondamentalmente, egli promuoveva il concetto di gestione dell’azienda agricola come una unità vivente o un sistema intero. Prima dello sviluppo dei fertilizzanti di sintesi e dei pesticidi, le pratiche di rotazione delle colture e la concimazione con letame e legumi erano le opzioni adottate dalla maggior parte degli agricoltori per mantenere la produttività delle loro colture.

In generale, possiamo definire la fertilità del suolo come la capacità che un terreno ha di fornire le sostanze nutritive alle colture. Nella maggior parte dei casi, le proprietà che contribuiscono alla fertilità sono:

  • profondità del suolo sufficiente;
  • ritenzione idrica;
  • drenaggio;
  • presenza di sostanza organica;
  • nutrienti essenziali per le piante;
  • microrganismi benefici e fauna del suolo (per esempio, lombrichi).

Sebbene i fertilizzanti chimici o di sintesi (o quelli convenzionali) promuovano l’accrescimento delle colture, per contro tendono ad indurire il terreno, riducono significativamente la sua capacità di trattenere l’acqua, così come provocano drastiche riduzioni sia della sostanza organica sia delle popolazioni microbiche benefiche.

Il dilemma riguardante la riduzione dell’impiego di prodotti chimici e pesticidi e l’ostilità nei confronti della produzione di colture geneticamente modificate ha cercato di essere risolto proprio dal concetto di biologico. È necessario precisare che, sebbene i fertilizzanti organici basati su farine di ossa/sangue, scarti di pesce, letame, compost, fosforite (di origine sedimentaria), etc. possano essere classificati come come fertilizzanti organici o naturali a lento rilascio, essi hanno lo svantaggio di possedere concentrazioni relativamente basse dei principali macronutrienti quali azoto, fosforo e potassio (N, P, K), andando così a non fornire i nutrienti alle piante sufficientemente e rapidamente. A causa di ciò, pertanto, potrebbe essere necessario aumentare notevolmente la quantità di questi fertilizzanti organici per incrementare/spingere le colture. Inoltre, si pensi anche al fatto che la somministrazione di compost non maturo potrebbe veicolare patogeni per le piante ed erbe infestanti.

L’humus è una delle alternative per incrementare la quantità e la qualità della sostanza organica nel suolo e per supportare una modalità di coltivazione naturale incrementando, nel contempo, la produttività delle colture. Esso può essere classificato come un bio-fertilizzante contenente microrganismi benefici del suolo, il cui contenuto in termini di nutrienti è più elevato rispetto al comune compost derivante da compostaggio termofilo o dal convenzionale compostaggio ad alte temperature. Il compostaggio termofilo, infatti, riduce la produzione di nutrienti, dell’attività microbica e dei regolatori della crescita delle piante.

Qualche anno fa, sul Wall Street Journal venne pubblicato un articolo che suscitò numerose polemiche: “L’agricoltura biologica non è sostenibile”. Ciò è dovuto prevalentemente al fatto che i dati riguardanti le aziende biologiche sono circa il 50% in meno di quelli provenienti dall’agricoltura tradizionale e perché i cibi biologici vengono spesso definiti “di élite”. In realtà, comunque, sebbene in Canada solo il 5% delle aziende siano certificate come biologiche, la richiesta di prodotti bio è in costante aumento, pari a circa il 30% annuo.

Non ci resta che decidere quale cibo consumare: quello più sano per il nostro corpo ma anche per la nostra mente e più sostenibile per la produttività delle colture o altro?

 

Autore dell’articolo originale Bintoro Gunadi (www.burnabyredwigglers.com)

Traduzione di BioSS